Intervista a Massimo Braconi: Il mio dialogo con la natura

A cura di Angela Iantosca

Maestro di sci, freerider professionista, ma anche alpinista d’alta quota, telemarker, viaggiatore esperto, marito e papà. In una sola parola il Brac, classe ’62, che sin da bambino ha incontrato la montagna senza più poterne fare a meno.

«In famiglia avevo il mio padrino che faceva il maestro di sci: è stato lui a portarmi in montagna. Da lì sono passati alcuni anni. Finché nel 1982 ho compiuto la mia prima spedizione».

Come ci si prepara a una spedizione?

«Non c’è una preparazione specifica, perché in realtà io sono sempre in attività in montagna, perché questo è il mio lavoro. Sicuramente in base al tipo di impresa che devo affrontare cambio l’allenamento: vado in bicicletta, faccio sci di fondo per fare il fiato».

Esperienze che l’hanno cambiata?

«Sono state tutte esperienze importanti. Ma una che ricordo particolarmente è l’aver attraversato il circolo polare artico insieme a dei compagni: è stata una bella esperienza, soprattutto perché quando si parla di spedizioni si pensa al verticale, alle montagne.
Invece quella al Circolo è stata una spedizione in orizzontale: siamo stati in autosufficienza per 40 giorni in mezzo alla neve e al ghiaccio. Sempre con il Sole. È stata una esperienza forte. Abbiamo anche incontrato l’orso bianco. Poi ogni viaggio sicuramente è un ricordo».

Come si dialoga con la natura?

«Se si vive nella natura, il dialogo è continuo: si diventa un po’ sensibili e si percepiscono delle cose che ad altre persone potrebbero sfuggire. Succede spesso quando sono con i clienti: io sento delle cose che loro non sentono, perché non hanno questa percezione di amplificazione. Io dico sempre che la natura è conoscenza e in questo momento particolare, con il discorso del surriscaldamento, bisogna sapere se si va in mezzo alla neve o in ambienti pericolosi da un punto di vista oggettivo. Bisogna partire preparati. Una cosa che, invece, viene sottovalutata. Perché si pensa di avere tutto sotto controllo, perché si pensa che le applicazioni sul telefonino, con le previsioni del tempo e delle valanghe, siano sufficienti. Anche quando vado d’estate con i clienti mentre faccio la guida li vedo sempre con il telefonino, invece di guardarsi intorno e osservare l’ambiente in modo da poter controllare la montagna. Per esempio, d’estate lavoro spesso sui vulcani, come l’Etna, e quando c’è l’eruzione vedo che la gente la prende come un divertimento, chiedendo di andare vicino a fuoco. Io devo sempre fermarli e ricordare loro che è pericoloso… Ma il loro obiettivo è il selfie. Vedo tanta gente in questo momento che scia, va in montagna, ma si avvicina allo sport in modo un po’ superficiale, in modo più ‘mediatico’ che di conoscenza. Sciare non è pericoloso in assoluto. Ma se vado giù a mille, non rispetto nessuno e penso di poter controllare tutto, rischio troppo».

Alle volte succedono incidenti ai professionisti che pensano di essere invincibili e questo dovrebbe essere un campanelli d’allarme per far capire che non è poi così semplice.

«Una volta la montagna era più inavvicinabile e chi si avvicinava allo sport lo faceva affidandosi a professionisti o muovendosi in un certo modo. Adesso è tutto molto più semplice».

A lei in Corea è successo di essere travolto da una valanga. Cosa rimane dopo?

«Uno che vive come me credo abbia la consapevolezza che potrebbe succedere. Ovviamente uno cerca di fare di tutto perché non succeda. Quando è capitato, eravamo tra professionisti e abbiamo dovuto spiegare questa cosa per far capire che può succedere. Nonostante fosse una giornata perfetta. Io non sono sceso per primo, ma per terzo su questo pendio e si è scatenato un sovraccarico e la neve ha creato una valanga».

Come se ne esce?

«Se ne esce per il semplice fatto che ero insieme a professionisti capaci di affrontare una emergenza come questa. È stato fatto tutto in modo veloce e rapido, cosa che spesso non accade, se non ci sono professionisti».

E dopo?

«Dopo sono andato in Islanda in una spedizione con persone che erano sotto la mia responsabilità… Ero un po’ preoccupato di questo. Ma tutti gli incidenti che accadono sono il bagaglio che limita la finestra di rischio. Più c’è esperienza e più il pericolo si riduce».

Ha paura della natura?

«C’è sempre quando si fanno queste attività. La cosa importante è che sia paura e non panico!
La paura ti mantiene lucido e ti aiuta a capire se andare avanti o tornare indietro».

Prossimi progetti?

«Ho un po’ di progetti in cantiere, ma la mia preoccupazione più grande non è fare qualcosa di spettacolare, ma cercare di informare e creare una cultura della montagna. Mi dispiace vedere tanta gente che viene in montagna, ma senza cultura. E poi il mio obiettivo è far emozionare i clienti!».

Anche lei si emoziona?

«Io mi emoziono anche vedendo la loro emozione: ora sono in giro con una signora di 80 anni, della Nuova Zelanda, sulle Dolomiti e le sto raccontando le nostre montagne…».